Boris Johnson. La faccia «diversa» dei conservatori britannici

qdxquitlChi è davvero Boris Johnson il leader conservatore che più di tutti ha animato la campagna euroscettica per la «Brexit», l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea? Tutti gli uomini politici hanno un aforisma, una frase che li distingua o ne sveli i tratti psicologici salienti. Johnson, storico, latinista e grecista di vaglia, brillante oratore, «il primo tra i primi» a Eton e Oxford, colui che il laburista Ken Livingstone aveva definito «un formidabile avversario», ha pronunciato il suo aforisma rivelatore durante una improbabile occasione: Londra ospitava i Giochi olimpici del 2012 e Johnson si lanciava lungo una teleferica con tanto di bandierine Union Jack al seguito; in quella esibizione l’allora sindaco di Londra rimase appeso nel bel mezzo della funivia, ridacchiando e facendo battute, in realtà sperando che qualcuno intervenisse per tirarlo giù. Qualsiasi altro uomo politico si sarebbe reso ridicolo per l’eternità mentre Johnson, con la sua capacità innata di sdrammatizzare, una volta ricomposto e tornato a terra, rese bene il senso di quella grottesca messinscena: «Qualsiasi pubblicità è pur sempre pubblicità».

E’ proprio la ricerca continua di pubblicità una delle chiavi di lettura per capire quest’uomo controverso, popolare ma anche detestato da buona parte del suo stesso partito. Pare che una delle prime manifestazioni del Boris-pensiero, da bambino, sia stata quella di «diventare re del mondo»; un proposito che non sembra averlo abbandonato del tutto. Famoso per i capelli biondi sempre scarmigliati, presi di mira da chi, come il politologo americano Ian Bremmer, vede nell’elemento tricologico un tratto distintivo di molti populisti (Donald Trump e l’olandese Geert Wilders su tutti), Johnson rimane un enigma perfino per chi lo ha studiato per anni come Sonia Purnell: «Fino a poco tempo fa», ha dichiarato recentemente la biografia di «Bojo», «non avrebbe mai sostenuto la Brexit. Ha cambiato idea per diventare premier e sta facendo di tutto per riuscirci. E’ un’opportunista, io lo descrivo come un grande squalo bianco».

E’ il fascino, anche politico, della seconda moglie, Marina Wheeler, a condizionarlo: stabilitosi con la nuova consorte in Calabria Road, a Islington, zona nord di Londra, dove forte è l’influenza della intellighenzia liberale di sinistra, Johnson muta progressivamente le sue idee di destra su temi come il cambiamento climatico, i diritti Lgbt, e le relazioni razziali.

In realtà, ancora nei primi anni 2000, Johnson interviene nel dibattito sui diritti civili definendo il matrimonio omosex «una ridicola parodia» di quello tradizionale e aggiungendo, in un suo libro, che «se il matrimonio gay è un diritto allora non ci sono ragioni di principio per non accettare un’unione tra tre uomini o tre uomini e un cane». Sempre negli stessi anni si scagliava contro il governo laburista di Tony Blair bollando come «spaventosa» l’abrogazione di norme che tendevano a prevenire la «promozione dell’omosessualità» soprattutto tra i minori: «Non vogliamo che ai nostri figli venga propinata spazzatura sul matrimonio omosessuale dicendo che è uguale al matrimonio tra un uomo e una donna». A dimostrazione della «evoluzione» tenuta da Johnson sul tema basti ricordare che nel 2012 ha impedito che gli autobus di Londra ospitassero una campagna pubblicitaria su un «trattamento» capace di «far guarire» dall’omosessualità: in quella occasione Johnson motivò la scelta sostenendo che Londra «è una delle città più tolleranti del mondo ed è offensivo suggerire che essere gay è una malattia».

Johnson è sempre stato molto attento nello stabilire vantaggiosi legami con l’establishment bancario-conservatore: al Daily Telegraph lo ricordano come un tipo non troppo disposto a socializzare con i cronisti più giovani, preferendo la compagnia di banchieri e membri dell’élite ricca.

Nel 1987 il prestigioso Times lo accoglie tra le sue braccia salvo poi licenziarlo rapidamente per aver falsificato una citazione dello storico Colin Lucas in un articolo su una scoperta archeologica.
Il biondo rampollo non resta però a lungo disoccupato e grazie alla rete oxfordiana approda al Daily Telegraph; è proprio qui che la carriera di Johnson decolla: i suoi articoli diventano ben presto noti per lo stile ampolloso, ricco di termini antiquati, citazioni dotte e humor tipicamente britannico.
Nella primavera del 1989, Johnson è a Bruxelles dove si distingue, come uno dei pochi giornalisti euroscettici, in una critica particolarmente veemente nei confronti della Commissione Delors. Si fa molti nemici, anche tra i colleghi, tra cui John Palmer del Guardian che definisce il futuro sindaco «un irresponsabile mistificatore»: nonostante ciò Margaret Thatcher stima Johnson come suo giornalista preferito mentre John Major, ultimo premier conservatore prima di Cameron, lo detesta cordialmente.

Da direttore dello Spectator ingaggia collaboratori dei tempi di Eton, Oxford e del Telegraph: pur rispettando l’orientamento conservatore del giornale accoglie i contributi di scrittori e fumettisti di sinistra attirandosi l’accusa di trascurare i problemi seri per concentrarsi su argomenti inconsistenti e frivoli. Non poche le insinuazioni su pigrizia, scarsa puntualità, assenteismo, arroganza e smodata passione per il danaro.

In riferimento alla sua variegata ascendenza, Johnson si è descritto come un «one-man melting pot» avendo tra i suoi bisnonni musulmani, ebrei e cristiani.
A tale proposito appaiono spesso pretestuose le accuse di razzismo che gli vengono periodicamente rivolte: nel 2008 entra in rotta di collisione col suo partito a causa di una proposta di sanatoria per i migranti privi di documenti: «Ci sono circa 400mila clandestini a Londra», disse l’allora sindaco, «e in linea di principio hanno infranto la legge: in teoria andrebbero espulsi, ma non succederà. Diamo loro la possibilità di dimostrare cosa hanno fatto per la società e l’economia, diamogli l’opportunità di restare».

L’accusa di razzismo è solitamente quella preferita dagli avversari di Johnson; il tabloid The Sun ha recentemente ospitato un intervento dell’ex sindaco nel quale si accusa Obama di intromissioni nei processi democratici del Regno Unito (il presidente Usa si è schierato decisamente per la permanenza della Gb nell’Ue) e della rimozione dall’ufficio ovale di un busto di Winston Churchill: «Nessuno ha saputo con certezza se il presidente fosse personalmente coinvolto nella decisione», scrive Johnson, «alcuni dissero che era uno sgarbo alla Gb, altri che era il simbolo dell’antipatia ancestrale del presidente in parte keniota per l’impero britannico, di cui Churchill fu un fervente difensore. Altri, infine, dissero che Churchill veniva considerato all’antica e fuori moda». E’ stato il riferimento al presidente Usa, definito «in parte keniota», a scatenare un putiferio. Lo stesso Cameron, vero obiettivo di Johnson, si è affrettato a bollare come falso l’episodio del busto, già di per sé smentito nel 2012 da Dan Pfeiffer, collaboratore di Obama, nel blog della Casa Bianca: Churchill è ancora lì, al suo posto, nella residenza presidenziale, appena fuori dalla Sala dei Trattati.

Pubblicato su Il Borghese, luglio 2016

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