Giulio Regeni. Errori fatali

160220322-199d6e1a-dbd6-4351-a225-9c5abefa1ff5Il Cairo, venerdì 11 dicembre. A una affollata assemblea di un sindacato indipendente partecipa anche il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. Probabilmente uno dei pochi occidentali presenti, al punto da calamitare attorno a sé curiosità e diffidenze. Il giovane dottorando italiano è già «attenzionato» dagli apparati di sicurezza egiziani e infatti viene fotografato sul posto. L’episodio attira l’attenzione di Regeni: spaventato ne parla subito con gli amici, in gran parte ricercatori universitari dell’American University del Cairo, che poi riferiranno il fatto al pm Sergio Colaiocco una volta giunti in Italia.

L’articolo scritto dallo stesso Regeni, fortemente critico verso la dittatura, nel quale sono riportati alcuni dettagli dell’assemblea sindacale dell’11 dicembre, risale al 14 gennaio: proposto al giornale comunista Il manifesto, che non lo pubblica, viene poi offerto alla agenzia di stampa Nena News specializzata sul Vicino Oriente. Regeni aveva chiesto di poter utilizzare un nome fittizio, ma paradossalmente questa precauzione potrebbe averne facilitato la tragica fine. Le autorità egiziane, insospettite e già ampiamente informate sulla presenza di quel giovane straniero all’assemblea, non hanno avuto difficoltà nel capire chi si celava dietro lo pseudonimo.

Immediati i depistaggi. Prima si è parlato di un incidente stradale, poi di malavita comune, infine di un delitto a sfondo omosessuale: i due fermati, come riferisce il blogger dissidente egiziano Wael Abbas, sarebbero due gay che però nulla avevano a che fare con Regeni.

Il computer del giovane è nelle mani degli inquirenti italiani, grazie al tempestivo intervento dei familiari del ragazzo che sono riusciti a recuperarlo al Cairo: il cellulare, decisivo in questa storia, però non si trova.

Nella ricostruzione degli ultimi movimenti di Regeni permangono tuttavia dei dubbi.

La sera della scomparsa, era il 25 gennaio, Regeni avrebbe dovuto incontrare in un ristorante il professor Gennaro Gervasio, collega dell’American University; l’ultima telefonata tra i due risalirebbe alle 19,40 con Regeni che intendeva uscire di casa alle 20, prendere la metro fino alla fermata Mahamed Naguib, nei pressi di piazza Tahir, e proseguire a piedi. Una cattiva idea visto che l’anniversario dei moti di piazza anti-Mubarak cade proprio il 25 gennaio: come testimoniato da numerose fonti, le strade sono piene di poliziotti in divisa o in borghese e nell’aria c’è tensione.

Gervasio riferisce all’ambasciata di aver chiamato ripetutamente Regeni, tra le 20,18 e le 20,23, senza ottenere risposta: dalle 20,25 il telefono del ragazzo sarebbe risultato spento. Va aggiunto che, secondo la procura di Giza, il cellulare di Regeni è sempre rimasto nel quartiere di residenza dell’italiano. Tutto questo fa ritenere che Regeni sia stato sequestrato sotto casa, verso le 20. Interessanti le dichiarazioni di un vicino del ragazzo, riportate dal Corriere della sera, secondo le quali, due giorni prima del sequestro, un gruppo di probabili poliziotti avrebbe controllato documenti in zona e chiesto informazioni. Ci sarebbe anche un testimone che dice di aver assistito alla cattura di Giulio nei pressi dell’abitazione del ricercatore: a prelevarlo due uomini in borghese. Intanto emergono particolari sugli inquirenti incaricati di far luce sull’omicidio; tra tutti il generale Khaled Shalaby, già condannato nel 2003 a un anno di carcere per sequestro di persona, tortura e omicidio: si tratta dell’ufficiale che fin dall’inizio ha sostenuto la tesi dell’incidente stradale e dell’assenza, sul corpo del ragazzo, di ferite da armi da taglio (come invece risulta nel referto autoptico). La tesi alternativa della rapina viene utilizzata dagli egiziani per spiegare il mancato ritrovamento del cellulare.

Quando il professor Gervasio avverte telefonicamente l’ambasciatore Maurizio Massari alle 22:30, si attiva il corpo diplomatico italiano e la nostra intelligence presente sul posto; vengono coinvolti il ministero dell’interno egiziano e i servizi segreti che escludono, da subito, l’arresto di Regeni. La ricerca presso gli ospedali non dà alcun esito.

I dubbi, anche nella ricostruzione letta in Parlamento dal sottosegretario agli Affari Esteri, Della Vedova, riguardano i giorni, dal 25 al 31 gennaio, in cui cala il silenzio su Giulio. La lentezza nel lanciare l’allarme, tramite i social network, e l’iniziale richiesta del silenzio stampa da parte della famiglia, nell’illusione che ci si trovasse di fronte a un caso analogo a quello delle due «cooperanti» Greta & Vanessa, potrebbero quindi essere state fatali. Non è un caso che il cadavere sia stato trovato, in condizioni drammatiche, soltanto dopo un paio di giorni di martellante campagna mediatica.

Non è poi da escludere che Regeni fosse monitorato a livello informatico. Come riportato dal Fatto quotidiano l’ipotesi appare tutt’altro che fantasiosa in considerazione dei rapporti tra la società di spionaggio milanese Hacking Team, balzata agli onori della cronaca per un attacco informatico subìto nel luglio del 2015, e la Amn al-Dawla, il servizio investigativo per la sicurezza dello Stato, chiamato anche Homelad Security; i servizi egiziani utilizzerebbero il software Rcs (Remote control system) in grado di monitorare a distanza l’intera vita di un computer. Il luogo nel quale è stato ritrovato Regeni non è distante dalla sede dell’Amn al-Dawla.

La «soffiata» secondo cui Regeni sarebbe stato un collaboratore dell’Aise (il vecchio Sismi) è stata pubblicata nel blog del freelance Marco Gregoretti; il borsista sarebbe stato ingaggiato qualche anno fa quando i servizi promossero una campagna di reclutamento rivolta a universitari: Regeni sarebbe risultato idoneo e la collaborazione con Il Manifesto una copertura perfetta. Un’ipotesi che (già smentita dall’Aise) lascia dei dubbi: difficile credere che l’Italia voglia indebolire il governo Al Sisi, in prossimità di accordi commerciali (con l’Eni, che ha scoperto, al largo dell’Egitto, il più ricco giacimento di gas naturale del Mediterraneo) e politico-militari (imminente intervento in Libia).

Sarebbe interessante capire quanto il regime di Al Sisi potesse davvero temere un ragazzo che, a stento, riusciva a farsi pubblicare gli articoli sul Manifesto o sulla piccola agenzia di stampa Nena-news. E’ possibile pensare a un intervento jihadista per indebolire la dittatura (tesi rilanciata dai media egiziani più filogovernativi)? E se questo è vero, perché sono stati tentati depistaggi e avvalorate tesi palesemente false? E’ possibile ipotizzare «una guerra» interna al regime finalizzata alla rimozione di Al Sisi? O forse c’è lo zampino di qualche «alleato» occidentale per incrinare i rapporti tra Egitto e Italia?

Interrogativi ai quali sarà possibile rispondere parzialmente soltanto nei prossimi mesi. Ammesso che gli interessi in gioco, con il premier Renzi che come sempre in questi casi si mantiene prudentemente lontano dai riflettori, non portino a prevedibili insabbiamenti o alla diffusione di verità di comodo.

 

Il pezzo che hai appena letto è stato scritto per il mensile Il Borghese, pochi giorni dopo l’omicidio di Giulio Regeni, ma non è stato pubblicato. 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: