Storia del Chapo Guzman (prima di Sean Penn)

161125-944-680Chi è davvero Joaquin Guzman, il grande capo del narcotraffico messicano?

Esteriormente, “El Chapo”, detto anche “Shorty Guzmán” a causa della non impressionante altezza, ha l’aspetto di un normale impiegato del catasto, un anonimo cittadino, quasi una sorta di Mario Bros privo di qualunque carisma. Le foto che circolano in rete, risalenti alle varie epoche in cui il boss è stato ospitato nei penitenziari messicani, ci restituiscono l’immagine di un tipo dimesso. La domanda è sempre la solita: com’è possibile che simili uomini, dall’aspetto tanto ordinario, siano in grado di controllare veri e propri imperi criminali?

La risposta, in simili casi, è una sola: la banalità del male. Niente di cinematografico: solo ordinaria amministrazione, secondo modalità che rendono la somministrazione del male quasi un atto di governo.

Il primo dubbio su Guzman riguarda la data di nascita: a seconda delle fonti, El Chapo sarebbe nato il giorno di Natale del 1954, quindi una sorta di “messia” della droga, mentre altre collocano più prosaicamente l’evento al 4 aprile 1957.

El Chapo non nasce in una mangiatoia, quindi, ma a La Tuna, villaggio di 200 anime della contea di Badiraguato, apice del famoso Triangolo d’oro della droga nella Sierra madre occidentale. Secondo l’Inegi, l’Istat messicano, la zona di Badiraguato è la più depressa del Paese: il 75% della popolazione soffre di un qualche tipo di povertà e un terzo di questi poveri vive in condizioni estreme. Scarse possibilità educative, culturali, professionali, con una popolazione abbandonata a sé stessa e l’unica forma di produzione rappresentata dall’agricoltura: soprattutto la coltivazione del papavero e della marijuana.

Numerosi i riconoscimenti accumulati nel tempo da “El Chapo”: la rivista Forbes lo colloca stabilmente, nel periodo 2009-2013, tra i cinquanta uomini più ricchi e potenti del mondo; in Messico a precedere Guzman c’è solo il celebre miliardario Carlos Slim. La Drug enforcement administration americana stima l’importanza del Chapo nel mondo del narcotraffico superiore a quella che fu di Pablo Escobar, celebre padrino colombiano della droga. Nel recente 2013 la Chicago crime commission rispolvera per lui il titolo di “nemico pubblico numero uno”, coniato negli anni Trenta nientemeno che per Al Capone.

Guzman, a suo modo, crede nei valori della famiglia tradizionale: ha avuto ufficialmente nove figli (altrettanti da relazioni “collaterali”). Interessante il retroterra culturale con il quale il giovane Guzman ha dovuto fare i conti fin dai primi anni di vita.

I genitori, Emilio Guzman Bustillos e Maria Consuelo Loera Perez, sono entrambi poveri. Il padre, ufficialmente un bovaro, cura probabilmente anche una attività da “gomero” (coltivatore di oppio).

L’infanzia del futuro boss della droga non è felice, a causa dell’atteggiamento paterno: Emilio Guzman è un tipo violento complice la bottiglia. Zulema Hernandez, ex amante del Chapo, riporta di abusi subiti dal futuro boss in giovane età con i ricordi che tornato a tormentarlo periodicamente. L’attività legale (da bovaro) e quella “collaterale” (da “gomero”) forniscono introiti che vengono usati dal capofamiglia per i propri vizi (donne e alcol): il futuro Chapo è quindi ben presto costretto ad abbandonare la scuola e mettersi in proprio per aiutare la famiglia.

Il Chapo coltiva la sua prima piantagione di marijuana a 15 anni, assieme a dei cugini che vivono in zona. Con i proventi di questa attività Guzman sostiene se stesso e la famiglia, praticamente priva di mezzi economici a causa della prodigalità del padre.

In un contesto in cui generazioni di contadini nascono, vivono e muoiono nello stesso posto El Chapo è uno dei pochi che decide di giocarsi le sue carte altrove. Grazie allo zio Pedro Aviles Perez, uno dei pionieri del narcotraffico messicano, lascia Badiraguato nel giorno del suo ventesimo compleanno e di fatto si unisce alla criminalità organizzata.

Descritto fin da giovane come ambizioso e particolarmente meticoloso, Guzman si occupa del lavoro sporco eliminando personalmente (o facendo eliminare) personaggi ritenuti poco affidabili, sleali e doppiogiochisti.

Le capacità di Guzman finiscono per attirargli la stima dei signori del cartello di Guadalajara, negli anni 80: si unisce a Felix Gallardo, uno dei principali signori della droga del momento. El Chapo lavora prima come autista di Gallardo poi è assunto come responsabile della “logistica”; in pratica coordina (via terra, via aria e via mare) le spedizioni di droga dalla Colombia al Messico.

Per tutti gli anni 70 e l’inizio degli 80, i trafficanti di droga messicani sono di fatto intermediari per i gruppi colombiani: curano il passaggio della droga attraverso il loro territorio, verso la frontiera con gli Usa, ricavando una commissione per ogni chilogrammo. Il Messico rappresenta ancora un passaggio secondario per i colombiani che preferiscono la via dei Caraibi e il corridoio della Florida. Si assiste a un cambiamento dalla metà degli anni 80, a causa della pressione americana sui cartelli della droga colombiani e sulle vie di traffico dei Caraibi. E’ in questo preciso momento che il Messico diventa una nuova, importante, via per inondare di droga il mercato Usa, con il cartello di Guadalajara che svolge un ruolo di primo piano in questo nuovo scenario.

Enrique Salazar, cresciuto accanto a molti boss della droga tra cui lo stesso Gallardo, lavora come informatore proprio per gli Usa: viene scoperto, torturato e ucciso nel febbraio del 1985. L’eliminazione dell’agente porta a un giro di vite da parte delle autorità, con Guzman che approfitta della crisi del cartello di Guadalajara per guadagnare terreno ai danni dello stesso Gallardo (che nel 1989 viene arrestato). Il conseguente summit tra i maggiori capi della droga in Messico riguarda la spartizione del territorio che era stato in precedenza controllato proprio dal cartello di Guadalajara: i fratelli Arellano Felix formano il cartello di Tijuana, nella zona di Chihuahua la famiglia Carrillo Fuentes ha formato il cartello di Juarez mentre alla fazione rimanente viene lasciata la zona occidentale, verso il Pacifico, che poi sarà il territorio controllato dal cartello di Sinaloa: una sorta di triumvirato tra Ismael Zambada, Hector Palma e lo stesso Guzman: quest’ultimo si occupa dei canali della droga che sfociano in Arizona e California.

Guzman è anche uno dei maggiori specialisti della “frammentazione” del traffico di droga: una strategia che permette di correre rischi ridotti. E’ anche uno dei precursori nell’utilizzo di gallerie sotterranee per spostare lo stupefacente attraverso il confine con gli Stati Uniti, con il suo cartello che tratta praticamente ogni tipo di droga: metanfetamina, marijuana, ecstasy e eroina vengono trasportate e smerciate sia negli Usa che in Europa.

All’inizio del ’92, un gruppo di affiliati al cartello di Tijuana sequestra uomini di Guzman, li tortura per ottenere informazioni e li uccide con un colpo alla nuca. I corpi vengono gettati nella periferia della città. Poco dopo una autobomba esplode all’esterno di una delle proprietà del Chapo: il boss non si fa niente, ma il messaggio è chiaro.

Nel novembre del ’92 uomini di Arellano Felix tentano di uccidere Guzman mentre viaggia su un veicolo per le strade di Guadalajara. Nonostante l’utilizzo di AK-47, El Chapo esce indenne dall’agguato, ma l’azione lo induce a lasciare Guadalajara e a vivere sotto falso nome per timore di attentati. Guzman si vendica organizzando un’azione dentro una discoteca frequentata dai fratelli Arellano: un commando di uomini del cartello di Sinaloa fa irruzione dentro la struttura e scatena l’inferno. Si calcola che siano stati sparati centinaia di colpi da uomini armati di entrambe le fazioni. Nonostante tutto i fratelli Arellano Felix (che erano nel bagno quando è iniziato il raid) riescono a mettersi in salvo grazie alle condutture dell’aria condizionata. Una ulteriore azione viene organizzata dai fratelli Arellano presso l’aeroporto internazionale di Guadalajara: venti uomini attaccano con fucili d’assalto l’auto Mercury Grand Marquis dove si pensava fosse Guzman: peccato che El Chapo si trovasse all’interno di una Buick verde a breve distanza dall’agguato. All’interno dell’auto crivellata di colpi dagli uomini di Arellano c’era invece il cardinale di Guadalajara Juan Jesus Posadas Ocampo.

E’ in questo momento che il volto di Guzman, sconosciuto al grande pubblico, comincia ad essere mostrato con regolarità in televisione e sui giornali.

Dopo avere ottenuto un passaporto falso, Guzman raggiunge il Guatemala nel giugno del 1993. Il piano è quello di stabilirsi a El Salvador via Guatemala. Le autorità locali, in collaborazione con quelle messicane, seguono passo dopo passo le mosse di Guzman: lo stesso El Chapo corrompe un funzionario militare guatemalteco per nascondersi nei pressi del confine messicano. Il funzionario alla fine passa l’informazione sul nascondiglio di Guzman alle forze dell’ordine. Il 9 giugno 1993 il boss viene arrestato dall’esercito in un hotel al confine con il Messico. Viene perciò estradato e trasferito presso il carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juarez.

Nonostante la prigionia di El Chapo il cartello di Sinaloa continua a prosperare, grazie anche alla direzione di Artura Guzman Loera, fratello del boss. Nel frattempo si diffondono voci che descrivono uno stile di vita opulento, tenuto dal boss in prigione, con le guardie carcerarie che agiscono come camerieri personali.

Dopo una sentenza della Corte suprema del Messico che di fatto rende l’estradizione di Guzman negli States molto probabile, El Chapo riesce a fuggire dal carcere di Jalisco. Il 19 gennaio 2001 Francisco El Chito Camberos Rivera, guardia carceraria, apre la porta elettrica della cella di Guzman con El Chapo che si nasconde in un carrello di lavanderia. Il punto di approdo è il bagagliaio di una macchina guidata dallo stesso Camberos fuori dalla città. Quando Camberos si ferma per una sosta in una stazione di benzina, El Chapo fa perdere le sue tracce. Camberos finisce in carcere. Lo stesso direttore del penitenziario in cui Guzman era detenuto finisce a sua volta in galera per favoreggiamento. Una guardia carceraria che si era fatta avanti per segnalare la situazione di perenne illegalità che caratterizzava la prigione viene trovato morto alcuni anni più tardi.

Le autorità hanno sempre pensato che durante il periodo di latitanza Guzman si sia nascosto presso il cosiddetto Triangolo d’oro, nella Sierra Madre. La regione è un’importante produttrice di marijuana e papavero da oppio e la sua lontananza dalle aree urbane rende il territorio attraente per la produzione di droghe sintetiche in laboratori clandestini. In queste zone Guzman avrebbe beneficiato di centinaia di uomini dediti alla sua sicurezza, compresi gli informatori. Molte zone nel cosiddetto Triangolo d’oro sono raggiungibili solo tramite strade sterrate, con i residenti che rilevano facilmente l’arrivo di qualsiasi intruso. La diffidenza verso gli estranei e l’avversione verso il governo, accanto a una combinata miscela di corruzione e intimidazione, ha di fatto protetto Guzman e gli altri boss del cartello di Sinaloa.

Nonostante ciò il cerchio si stringe.

All’alba del 22 febbraio 2014 le autorità messicane arrestano Guzman in un hotel sul lungomare di Mazatlan, Sinaloa, a seguito di una operazione della Marina messicana in collaborazione con la Dea americana. L’operazione inizia alle 3,45 quando dieci furgoni della Marina si dirigono verso la zona balneare. Una volta giunti in prossimità della porta di Guzman, i militari irrompono nell’appartamento prendendo d’assalto le due stanze. In una delle camere c’è proprio Guzman a letto con la moglie (l’ex reginetta di bellezza Emma Coronel Aispuro). Il boss cerca di resistere all’arresto senza riuscire ad afferrare il fucile vicino a lui. Alle 6,40 viene portato verso il parcheggio del condominio dove gli vengono scattate alcune foto. L’identità è confermata dalle impronte digitali prese immediatamente sul posto. E’ poi trasportato presso Città del Messico, capitale del Paese, ai fini della identificazione formale.

La detenzione a cui viene sottoposto Guzman è particolarmente dura. Le celle non hanno finestre, i detenuti non sono autorizzati a interagire tra loro e non sono autorizzati a contattare i propri familiari. Uno dei fratelli di El Chapo, Miguel Angel Guzman Loera, è in un’altra unità. Guzman è solo nella sua cella e ha un letto, una doccia e un unico bagno. Gli è permesso di ricevere visite dei suoi familiari ogni nove giorni, se approvate da un giudice, e gli è concesso un budget di 48 dollari al mese per comprare prodotti per l’igiene personale. Un totale di 23 ore di isolamento e una di esposizione all’aperto. Gli viene concesso di parlare con persone solo durante le sue udienze giudiziarie. A differenza degli altri detenuti a Guzman è proibito di praticare sport o attività culturali. Condizioni approvate da un tribunale e modificabili solo da un giudice federale.

Il 16 luglio 2014, El Chapo contribuisce a organizzare uno sciopero della fame. Oltre mille detenuti partecipano alla protesta e lamentano la scarsa igiene, carenze di cibo e cure mediche. Il governo messicano ha confermato che lo sciopero ha avuto luogo e che le richieste dei prigionieri sono state soddisfatte, ma ha negato il coinvolgimento di Guzmán.

L’11 luglio 2015 El Chapo fugge dal Centro Federal de Readaptación Social n.º 1, un carcere di massima sicurezza: le telecamere ne registrano i movimenti fino alle 20:52 nei pressi della zona doccia della sua cella, unica parte non monitorabile con la telecamera di sicurezza. Dopo che le guardie lo perdono di vista per venticinque minuti, scatta la caccia all’uomo. Troppo tardi perché si scopre che il boss è fuggito attraverso un tunnel che porta dalla zona doccia a un sito in costruzione presso il quartiere di Santa Juanita.

Il resto è storia (abbastanza) nota. Rimane soltanto da capire se El Chapo scapperà di nuovo da una cella messicana o finirà i suoi giorni in una americana.

Pubblicato su Agoravox.it, febbraio 2016

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