Commissione Moro: un fiasco annunciato

aldo_moroMercoledì, 8 luglio 2015. La nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ascolta la relazione del dott. Federico Boffi, direttore tecnico capo del Servizio di polizia scientifica. C’è anche il dott. Lamberto Giannini, una vita passata alla Digos, ora a capo del Servizio centrale antiterrorismo. L’intera seduta è stata dedicata alla dinamica dell’agguato di via Fani: la scientifica non ha lesinato l’ausilio delle più moderne tecnologie e lo stesso Boffi ha passato la serata a spiegare e difendere il proprio lavoro di fronte alla commissione. Un dibattito acceso perché la polizia ha negato la presenza di un killer che da destra avrebbe neutralizzato l’uomo più pericoloso e addestrato della scorta di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi, di fatto dando il via alla strage.

Dopo un breve dialogo con Giannini, il dirigente della scientifica riprende la parola per aggiungere un particolare capace di escludere definitivamente dalla scena il mai identificato killer di Leonardi. Boffi mostra una diapositiva nella quale compare la Fiat 130, su cui viaggiava Moro, più uno zoom sul finestrino anteriore destro della stessa auto: è il lato passeggero, quello del maresciallo Leonardi. A detta di Boffi il finestrino mostrerebbe una crepa, dovuta a colpi di arma da fuoco, nella sola estremità «nord-est»: in pratica l’angolo estremo del cristallo, dunque lesioni compatibili soltanto con colpi trasversali sparati da sinistra, gli stessi che avrebbero attinto sia l’autista Ricci che Leonardi con quest’ultimo proteso verso i sedili posteriori a fare da scudo a Moro.

La realtà è però ben diversa. La foto mostrata da Boffi ritrae l’auto con i corpi della scorta pietosamente coperti da lenzuoli: quella che il dirigente della scientifica definisce «crepa nel cristallo», dovuta al passaggio dei colpi da sinistra verso destra, è in realtà un semplice effetto ottico prodotto dal lenzuolo che dietro il vetro copre i corpi di Leonardi e Ricci: è il colore «scuro» della parte di abitacolo non coperta dal telo a trarre in inganno i presenti inducendoli a credere che si tratti di una rottura del vetro. Le immagini prese da angolazioni diverse mostrano come la lesione del finestrino anteriore destro sia centrale e longitudinale e quindi compatibile (anche) con degli spari provenienti da un killer posizionato sulla destra. Nessun commissario si è accorto del grave errore di Boffi, tra l’altro ribadito anche nelle relazioni tecniche allegate agli atti della commissione.

Una vicenda che ha senz’altro del grottesco è relativa alla recente audizione di Duccio Berio, membro del cosiddetto «Hyperion»: ufficialmente una scuola di lingue fondata da Corrado Simioni, «compagno» di Bettino Craxi «fin dai tempi dell’università», poi espulso dal partito socialista, conoscitore delle (prime) vicende brigatiste, infine riparato in Francia sotto la protezione dell’Abbé Pierre.
La deposizione di Berio ha toccato punte di comicità involontaria. A parte la sequela di prevedibili «non so, non ricordo» passerà probabilmente alla storia la sua definizione di Giovanni Senzani come «terrorista di destra», con il povero commissario Grassi a ribattere stupefatto: «Una persona che definisce Senzani “di destra” non credo che esista in natura». Naturalmente Senzani è stato uno dei più carismatici capi delle Br e autore, nel 1981, del sequestro dell’assessore (e plenipotenziario democristiano alla ricostruzione post terremoto in Campania) Ciro Cirillo.

La figura di Berio appare di un qualche interesse: proveniente da famiglia ebraica, padre massone di alto rango, viene contattato, durante il servizio di leva nei primi anni 70, da uomini del Sid, il Servizio informazioni difesa poi diventato Sismi a seguito della riforma del ‘77, con l’obiettivo di infiltrare le Br. Berio rifiuta e viene minacciato: scrive una lettera dove racconta tutto, «a futura memoria», e la consegna a un notaio. La missiva alla fine viene fuori, chissà come, a metà anni 80, e pubblicata da un settimanale italiano senza che Berio ne sappia nulla.

La commissione di inchiesta è riuscita a mettere d’accordo tutti, almeno sulla sua inutilità. I cosiddetti «complottisti» temono che il reale scopo dell’indagine sia quello di imbavagliare i ricercatori indipendenti in modo da costruire una sorta di «verità di Stato» sul sequestro, come d’altronde più volte richiesto da vari protagonisti degli anni di piombo. La mente corre alla seduta del 10 giugno 2015 quando il presidente della commissione Giuseppe Fioroni, adiratissimo, minacciava di mettere nelle mani del procuratore Pignatone i libri portatori di tesi troppo «fantasiose»: il riferimento era soprattutto a Carlo D’Adamo, autore di un volume, «Chi ha ammazzato l’agente Iozzino», che ha dato molto fastidio. La commissione Moro appare in realtà inutile anche ai cosiddetti «debunkers», per i quali sul caso Moro «si sa già tutto»: sono i cacciatori di «misteri da smontare», abili nelle pubbliche relazioni quanto nella ricerca archivistica.

Qualche dubbio ha poi creato la modalità di escussione dei testimoni. Ad esempio, nella cosiddetta «relazione Tintisona» (dal cognome dell’ufficiale di polizia che ha curato una serie di accertamenti) compare più volte il nome di Patrizio Bonanni: si tratta dell’utilizzatore dell’Austin Morris che, parcheggiata in via Fani, ha di fatto impedito alla 130 di Moro di disimpegnarsi e (forse) salvarsi dall’agguato brigatista. A precisa domanda «il Bonanni ha escluso» che lui e le sue società possano aver avuto rapporti con servizi di sicurezza. All’osservazione che nessuno, a domanda diretta, ammetterebbe una collaborazione con i servizi segreti il dott. Lamberto Giannini ha spiegato che la presente procedura investigativa tende a «certificare» una data dichiarazione per poi procedere con i riscontri: sarà vero, ma ciò non toglie che gli atti prodotti dalla scientifica abbiano lasciato sommamente insoddisfatti quei commissari che teorizzano sponde «istituzionali» per il terrorismo di quegli anni.

Relativamente ai costi della commissione, dando un’occhiata alla legge istitutiva, si può apprezzare un certo sforzo, almeno dichiarativo, nel contenimento di spese che tuttavia dovranno essere verificate: la legge stessa e il relatore Gotor dichiarano budget risicatissimi, ma trattandosi di una inchiesta bicamerale, nella quale sono coinvolti 60 parlamentari tra deputati e senatori, i costi reali si scopriranno nei bilanci di Camera e Senato del 2015 e 2016, una volta approvati. Non è detto che non ci saranno sorprese, considerando l’uso di tecnologie costose e i numerosi accertamenti tecnici. Una vasta movimentazione di personale non può avere un costo di «30 mila euro» come dichiarato ai quattro venti dai sostenitori della nuova commissione, tanto è vero che se da un lato è necessario aspettare l’approvazione dei rendiconti dall’altro basta scorrere il bilancio del Senato per constatare come le spese per le commissioni di inchiesta siano raggruppate in un’unica voce, senza possibilità di verificare il quantum di ciascuna commissione.

Pubblicato su Il Borghese, dicembre 2015

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