Rischio idrogeologico: mentre la politica discute, l’Italia affonda

Che cosa succederebbe se oggi a Firenze si verificasse un’alluvione simile a quella del 1966, famosa per la straordinaria azione di volontariato compiuta da migliaia di giovani (i cosiddetti Angeli del Fango) che, con il loro intervento, misero in salvo un patrimonio artistico e documentale di incalcolabile valore?

Se lo sono chiesti gli esperti della Autorità del Bacino dell’Arno che, a seguito di un aggiornamento delle mappe sulla pericolosità dell’area, sono giunti a conclusioni inquietanti: secondo l’elaborazione, l’acqua arriverebbe fin dentro il centro storico di Firenze, con punte di cinque metri d’altezza. I palazzi storici, da Piazza della Signoria fino alla Basilica di Santa Croce, sarebbero a forte rischio così come i capolavori che conservano. Detto in altri termini, un simile disastro costerebbe all’Italia sei miliardi di euro, al netto dei non quantificabili danni al patrimonio artistico.

Sulla vulnerabilità del territorio italiano, sempre più oggetto di calamità naturali e bombe d’acqua che nei mesi autunnali seminano morte e distruzione, non sembrano esserci più dubbi. L’alta densità della popolazione, l’abbandono delle campagne, le responsabilità degli enti locali e dei singoli cittadini, le improvvide sanatorie poste in essere dallo Stato centrale per fare cassa, il coacervo di regole locali, nazionali e comunitarie, il cosiddetto Patto di stabilità interno (che impedisce, anche alle amministrazioni locali virtuose, la spesa dei fondi necessari per la messa in sicurezza del territorio), portano come dote, ogni anno, situazioni come quelle verificatesi in Sardegna (venti morti, per il ciclone Cleopatra), a Genova nel 2011 (sei vittime) e a Messina nel 2009 (trentasette morti e oltre novanta feriti). Quando non ci sono vittime si verificano rilevanti disagi per i cittadini, come per i recenti eventi metereologici che hanno colpito la Capitale.

Prendiamo Genova, vittima nel novembre del 2011 di una devastante alluvione che mise nei guai il sindaco Marta Vincenzi, rea di non aver allertato in tempo la popolazione. Dopo più di due anni poco è stato fatto, nonostante ben 100 mila persone abitino nella cosiddetta zona rossa, la parte della città a più alto rischio idrogeologico. Di fatto, in caso di emergenza, soltanto una corretta e tempestiva informazione potrebbe scongiurare il ripetersi della tragedia del 2011: gli interventi sul territorio vanno a rilento a causa di un terreno fortemente impermeabilizzato e della occupazione, avvenuta tra gli anni 50 e 60, degli alvei dei due torrenti cittadini, il Bisagno e il Fereggiano, gli stessi esondati nel 2011.

Situazione simile a Olbia e in tutto il nord-est della Sardegna. Nel capoluogo della Gallura, in particolare, il disastro è stato il frutto di scelte edilizie dissennate che hanno portato, già a partire dagli anni 70, alla costruzione di interi quartieri a ridosso dei numerosi canali di deflusso presenti in città, con conseguente restringimento degli stessi. Incredibile a dirsi ma a Olbia forse si continuerà a costruire come se non sia successo niente, dato che le zone in prossimità dei canali potrebbero rientrare nel cosiddetto Piano di risanamento, strumento urbanistico previsto dalla legge, largamente usato dai comuni come alternativa all’abbattimento di intere zone residenziali, particolarmente utile perché capace di sanare gli abusi e prendere atto della situazione esistente.

A Messina, nel 2009, si verificò un’altra tragedia in gran parte dovuta a responsabilità umane. Furono ben 31 i morti, 6 i dispersi e oltre 90 i feriti: una catastrofe troppo presto rimossa dalla memoria collettiva. Ancora oggi ci sono cittadini che aspettano di tornare nelle proprie case, come a Scaletta Zanclea dove l’alluvione ha tagliato via un pezzo di paese. La forza delle acque è stata moltiplicata, come sempre, dall’irresponsabile restringimento del torrente locale, il Racinazzi, nel cui alveo e foce, durante gli anni, si è continuato a coltivare e a edificare; con le abbondanti precipitazioni dell’ottobre 2009 il torrente si è semplicemente ripreso il suo spazio originario, travolgendo via ogni cosa. Il territorio della provincia di Messina è a forte rischio idrogeologico, caratterizzato com’è da ripidi versanti, con poca vegetazione, che, in caso di piogge rilevanti, tendono a precipitare con grande facilità. Nonostante questo contesto di criticità non è difficile osservare abitazioni costruite su quello che in un passato non lontano era stato l’alveo di un torrente: a dispetto di quanto si potrebbe pensare, nella maggior parte dei casi, non si tratta di abitazioni abusive dato che piani regolatori comunali hanno dichiarato quelle zone edificabili.

Secondo una recente ricerca condotta dal Servizio Geologico Nazionale, dal dopoguerra a oggi, i comuni colpiti dal dissesto idrogeologico sono stati non meno di 4500 (il 56 per cento del totale nazionale): con una media di 59 vittime all’anno per frana, l’Italia risulta al quarto posto nel mondo tra i Paesi più colpiti dopo quelli delle Ande e il Giappone. Secondo un recente studio del Ministero dell’Ambiente ben 17 mila km quadrati del territorio nazionale sono a rischio frana e 12 mila a rischio alluvione: potenzialmente, quasi sei milioni di persone e un milione di edifici. Nel solo nord-est ricade il 33 per cento di rischio alluvione mentre il sud è più esposto al rischio frana: le regioni a maggiore rischio idrogeologico sono l’Emilia-Romagna (con oltre 4 mila km quadrati di aree a rischio), la Campania (con oltre 2 mila km) e il Molise, il cui territorio è per il 18 per cento in pericolo di frane e alluvioni.

Ancora nei primi giorni di febbraio la Protezione Civile emetteva bollettini di massima allerta per rischio idrogeologico in sei regioni: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Calabria, Basilicata e Puglia, con una attenzione in realtà alta per tutto il territorio nazionale.

A Volterra, in Toscana, sono franati ben 30 metri di mura medioevali e si è provveduto all’evacuazione di 11 famiglie. A Pisa le scuole sono rimaste chiuse in via precauzionale e circa un migliaio di persone sono state allontanate dagli edifici collocati lungo il corso dell’Arno. Interrotta anche la circolazione ferroviaria con Livorno. In una Roma sommersa dall’acqua è stato particolarmente inquietante lo spettacolo offerto in zona Malagrotta dove, a seguito dell’esondazione del Rio Galera, sono stati avvistati pericolosi rifiuti ospedalieri (tra cui sacche di sangue, siringhe, garze galleggianti sull’acqua o finite tra i campi).

Mentre i Palazzi della politica discutono di leggi elettorali, vaghe riforme istituzionali, potenziali stupratori su internet, Roma e l’Italia siedono su una vera e propria bomba idrogeologica. Tutti sanno che è già innescata: resta soltanto da sperare, tra uno scongiuro e l’altro, che esploda il più tardi possibile.

Da Il Borghese, marzo 2014

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