Lo «Yen» Levante

Dopo 15 anni di depressione economica, con deflazione cronica e consumi stagnanti, il Giappone del nuovo premier liberaldemocratico Shinzo Abe sperimenta una politica economica capace di incuriosire ed allo stesso tempo inquietare i mercati e gli osservatori internazionali. Come spesso accade in questi casi si coniano fantasiosi neologismi con i quali sintetizzare le scelte volute dalle varie amministrazioni: se ai tempi di Reagan si parlava di Reaganomics (indicando la deregulation dei mercati, la limitazione dell’invadenza dello Stato, l’abbattimento delle tasse e l’esplosione delle spese militari per portare al default il nemico sovietico) oggi si fa rifermento alla Merkelnomics (l’austerity imposta dalla Germania a tutti i Paesi dell’area euro) e appunto alla Abenomics.

Gli obiettivi economici perseguiti dal governo giapponese sono piuttosto chiari: rilanciare la crescita ponendo termine all’ultradecennale periodo di stagnazione economica che ha facilitato lo storico “sorpasso” cinese. Si tratta di fini sufficienti a giustificare politiche spregiudicate, in un contesto di sovranità monetaria/statale che il Paese del Sol Levante sembra intenzionato a preservare ancora a lungo.

Il Giappone deve fare i conti da troppi anni con la deflazione, che di per sé può esser “buona” quando la diminuzione dei prezzi dipende da abbondanza di offerta (cosa che di solito accade in un regime di forte concorrenza) o “cattiva” quando deriva da bassa domanda (scarsa propensione delle famiglie a spendere, come nel caso in questione).

La cura individuata dal governo Abe è appunto quella di introdurre nel mercato interno ed internazionale massicce dosi di liquidità in concerto con la Banca Centrale del Giappone a capo della quale, in coincidenza con il nuovo indirizzo politico, è stato scelto Haruiko Kuroda, ex ministro delle finanze ed ex capo dell’Asian Development Bank.

Ma che cosa prevede nel dettaglio il piano giapponese? La Bank of Japan si impegna a raddoppiare la base monetaria (che passerà dai 1450 miliardi di fine 2012 ai 2900 di fine 2014) e a portare l’inflazione al 2 per cento. La BoJ procederà a massicci acquisti di titoli di Stato, specie a lunga scadenza, ed asset del mercato immobiliare (analogamente a quanto fatto dalla Federal Reserve americana). Il governo giapponese punta inoltre a concedere aiuti al settore delle piccole-medie imprese e a quello dei macchinari tecnologici, creando un fondo capace di favorire l’accesso delle imprese al credito. Sono inoltre previsti ulteriori 25 miliardi di euro per interventi sulla scuola, la sanità e l’inclusione sociale. Alcuni luminari della scienza economica come Joseph Stiglitz e Paul Krugman hanno già dato il loro convinto assenso alle misure addottate. In particolare il primo ha dichiarato, in una recente conferenza stampa a Tokyo, che lo stimolo monetario sostenuto da Abe è esattamente ciò di cui il Giappone ha bisogno, auspicando l’adozione di simili provvedimenti anche negli Usa. Le idee di Abe in tema di commercio con l’estero comprendono inoltre l’apertura di un’area di libero scambio con l’Ue e un accordo con gli Usa per l’alleggerimento dei limiti alle esportazioni giapponesi sul suolo americano.

Ovviamente una così aggressiva politica economica, salutata con ottimismo dai mercati finanziari di tutto il mondo e che ha riflessi positivi sull’ormai famigerato spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi, suscita perplessità, se non veri e propri timori, nel lungo termine, dato che ancora stentano ad essere dimenticati gli effetti dell’espansione monetaria americana degli anni duemila. La paura è cioè che le scelte economiche giapponesi possano essere alla base di una nuova “bolla”, in un contesto nel quale il debito è arrivato al 230 per cento ed il rapporto deficit/Pil al 10 per cento. C’è da dire che la gran parte del debito giapponese è detenuto da risparmiatori locali o comunque da grandi banche del Paese ma è lo stesso governatore Kuroda a ritenere che il debito non possa essere aumentato a dismisura considerando la diffusione sempre maggiore, anche in Giappone, di forme di lavoro precario che incidono sulla tradizionale propensione locale al risparmio (che riguarda anche l’acquisto dei titoli di Stato).

In particolare ci si domanda come reagiranno di fronte alla svalutazione dello yen i principali competitor del Giappone, sia vicini (Cina e Corea del Sud, su tutti) che lontani (Usa e Ue). I coreani potrebbero porre in essere una svalutazione della propria moneta, lo won, mentre i cinesi sarebbero tentati di sottoporre il caso giapponese all’attenzione degli organi internazionali di controllo pur tenendo lo yuan perennemente, ed artificiosamente, basso. Gli Usa, dal canto loro, continuano a stampare dollari e a svalutare, soprattutto rispetto all’euro, mentre l’Ue resta sostanzialmente a guardare, immobilizzata dai diktat tedeschi. Insomma nella maggior parte delle aree economiche del globo si pongono in essere politiche economiche keynesiane con la sola Europa “vittima” del rigore tedesco dettato dalla ben nota fobia germanica per l’inflazione e il pericolo di pagare i debiti altrui.

Il rischio inflazione non è però da escludere totalmente per il caso giapponese: tanta liquidità potrebbe  gonfiare eccessivamente i prezzi con risultati opposti a quelli cercati, con minore crescita nel medio periodo e minore competitività con l’estero.

Ma le borse per ora festeggiano; soprattutto quella giapponese che dal mese di dicembre, data dell’insediamento di Abe, ha guadagnato il 40 per cento. Lo yen è in flessione rispetto ad euro e dollaro con conseguenti benefici nel campo delle esportazioni. Anche sul fronte dell’economia reale le notizie sono buone: la disoccupazione è scesa al 4 per cento e i consumi delle famiglie sono saliti a marzo del 5 per cento reale sull’anno.

Se per ora i primi risultati della Abenomics sono incoraggianti un vero bilancio delle misure adottate potrà essere tratto solo nel lungo periodo dato che attualmente non si può ancora escludere la possibile ripresa di svalutazioni competitive o addirittura la riadozione di politiche protezionistiche.

Da Il Borghese, giugno 2013

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