La sfida del Monti sardo

Che sarebbe stata una campagna elettorale durissima era facile prevederlo; per questo in tanti avranno sconsigliato a Francesco Pigliaru, prorettore dell’Università di Cagliari, di togliere le castagne dal fuoco, a soli trenta giorni dal voto, a un Pd sardo sull’orlo di una crisi di nervi. La defenestrazione della fascinosa Francesca Barracciu, indagata per peculato e data perdente nei sondaggi, era stata solo la cartina di tornasole di un partito che in Sardegna si presentava quanto mai spaccato, sfibrato da cinque anni di governo della destra, incapace di presentare candidature credibili e soprattutto sottoposto a indagini della magistratura che hanno toccato perfino la segreteria regionale e appunto la vincitrice delle primarie.

Si avevano dei dubbi su Pigliaru: non tanto per le sue capacità tecniche (un tecnico-politico, dato che è stato assessore della giunta Soru), quanto per le reali possibilità di galvanizzare un elettorato la cui vivacità, a parte le solite minoranze particolarmente politicizzate, si è dimostrata pericolosamente vicina a quella di un encefalogramma piatto.

Con Francesco Pigliaru, figlio del giurista e filosofo Antonio, autore del celebreCodice della Vendetta Barbaricina, si è ripetuto in Sardegna il ben collaudato schema che caratterizza spesso il Pd nazionale in tempi di crisi: quando non si sa che fare e le divisioni sono troppe, ci si affida a un Papa straniero, possibilmente un tecnico, un professore, di solito un economista. Di fronte agli economisti (meglio ancora se banchieri, ma in Sardegna siamo poveri) tutti giù il cappello. Senza sottilizzare troppo sulle idee e i programmi del candidato, per carità, basta che non manchi l’appeal dello studioso serio e competente. Che cosa realmente pensi Pigliaru sulle ricette economiche da applicare per una regione sull’orlo della bancarotta è un dettaglio, soprattutto quando il pericolo è rappresentato dalla possibile riconferma della destra alla guida della Regione.

Eppure a chi osservi la politica con interesse ha fatto un certo effetto vedere Vendola e Paolo Ferrero perorare la causa di un economista sostenitore di un programma molto New Labour: abbattimento della spesa, riduzione della pressione fiscale (soprattutto sul lavoro), semplificazione della burocrazia, chiusura delle industrie e delle attività economiche decotte finanziate con soldi dei contribuenti. Basta farsi un giro nel blog di Pigliaru o aver seguito qualche sua lezione universitaria per capire come la ricetta proposta sia tipicamente liberista(secondo una definizione propria della retorica vendoliana e ferrariana), magari con qualche accenno alla necessità di non dimenticarsi di chi «è rimasto indietro». La speranza, nemmeno tanto recondita, è quella di piegare il nuovo presidente regionale a quei diktat che sono espressione di un corpaccione Pd pieno di esigenze e ambizioni: Pigliaru ha già dovuto dire sì ai capibastone che, nonostante le inchieste della magistratura, non potevano non essere candidati e dovrà probabilmente dare il suo assenso all’ingresso in giunta degli indagati, nonostante l’evidente desiderio di costruire un governo a elevato valore tecnico.

La vera sconfitta delle regionali sarde è però Michela Murgia, la scrittrice che sui media nazionali veniva incredibilmente considerata come possibile trionfatrice delle elezioni. In realtà qualche scettico sulla reale consistenza politica ed elettorale della Murgia c’era, ma è stato rapidamente zittito come persona di scarsa fede. La verità di fondo è che in un’isola come la Sardegna, dove la maggior parte dei redditi sono garantiti dallo Stato tramite pensioni o posti di lavoro più o meno fittizi, l’indipendentismo, o qualsiasi proposta “sovranista”, fatica ad andare oltre il 10 per cento. La Murgia, al momento della sua candidatura ad agosto, sembrava non conoscere nemmeno i severi meccanismi imposti da una legge elettorale che adesso, dopo il voto, contesta apertamente. Le sue dichiarazioni sono state fin da subito improntate a un ingiustificato ottimismo: a chi chiedeva se si sarebbe accontentata di entrare in consiglio regionale, rispondeva che «per un simile obiettivo non ci saremmo nemmeno mossi».

Capitolo centrodestra.

Si respirava un’aria mesta all’arrivo di Berlusconi in Sardegna. Le feroci barzellette ai danni del candidato Ugo Cappellacci, raccontate di fronte a un pubblico sconcertato, non lasciavano presagire nulla di buono. Un Berlusconi infiacchito, invecchiato, incattivito – su questo Alfano ha ragione – e pure noiosissimo, senza nulla da dire a un’isola che si trova a dover fare i conti con una crisi senza precedenti. Berlusconi non ha parlato della Sardegna, ma dell’impossibilità di governare con degli italiani (e dei sardi) che «non hanno ancora imparato a votare», in un sistema a bicameralismo perfetto che impedisce una pronta azione legislativa e una effettività dei provvedimenti sempre in forse a causa della Consulta e del potere giudiziario in genere. Solite cose (in alcuni punti vere, se ne accorgerà pure Renzi), ripetute centinaia di volte nelle numerose apparizioni pubbliche del Cavaliere.

Nonostante cinque anni non certo esaltanti Cappellacci ha perso soltanto per un paio di punti percentuali: una differenza di 20 mila voti che si sarebbe potuta annullare con un po’ di astensionismo in meno, dato che la scarsa affluenza da sempre avvantaggia i candidati del centrosinistra. Da qui i ripetuti appelli, soprattutto da parte del centrodestra, affinché si andasse a votare. Invito che non è stato raccolto dal 48 per cento dei sardi.

Adesso la palla passa ai competenti e a Francesco Pigliaru, in particolare. Resta la curiosità di vedere come approccerà il problema del Sulcis, cosa dirà agli operaiAlcoa, spesso oggetto di sue riflessioni non solo sui quotidiani regionali ma soprattutto nelle lezioni all’Università di Cagliari. Passare dalla teoria alla pratica: la solita sfida con la quale deve fare i conti un professore prestato alla politica, la più difficile e insidiosa perché capace di instillare dubbi su una intera vita di studi.

Da The Front Page, febbraio 2014

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