Il mistero Oscar Giannino

Ora che le elezioni hanno finalmente dato il loro verdetto, a bocce ferme, tenendo conto anche del risultato non certo esaltante di Fare per Fermare il Declino, mi pare giusto esprimere qualche considerazione, puramente personale, sulla triste vicenda che ha visto protagonista Oscar Giannino.

Devo ammettere che, per qualche giorno, mi è balenata per la testa l’idea di votare lui ed il suo interessante movimento, non certo per i numerosi “professoroni” che, a risultato acquisito, sono stati i primi ad abbandonare la barca. Pensavo di votare Fare per Fermare il Declino semplicemente perché me ne piaceva la piattaforma programmatica, anche se rimanevo assai dubbioso circa la possibile applicazione della stessa in un contesto come quello italiano. Ritenevo che simili ricette sarebbero state astrattamente giuste ma probabilmente non nel drammatico panorama economico-sociale nel quale sempre più persone sono, loro malgrado, costrette a vivere. Discutendo poi con alcuni liberali tutto d’uno pezzo ho avuto modo, spesso e volentieri, di notare una rigidità ideologica non dissimile da quella riscontrabile in altre aree politiche, affette, secondo questi stessi fini pensatori, da atavici mali quali il dirigismo, lo statalismo, il dogmatismo. Ho poi, con dispiacere, riscontrato in costoro una certa non dissimulata simpatia verso le più genuine rivendicazioni leghiste, quelle secessioniste. Queste ultime tendenze sono emerse soprattutto nel movimento che prende il nome di Tea Party Italia in buona parte schierato, appunto, con la nuova creatura politica di Oscar Giannino. Strano davvero, perché in fondo i Tea Parties americani si definiscono Patriots e fanno propria una visione programmatica non limitata ad un ambito strettamente economico; sono inoltre profondamente critici verso le storture del sistema finanziario e bancario statunitense, ed è per questo che viene loro rivolta la solita accusa di populismo.  ITea Parties americani, quelli veri, sono insomma, sotto il profilo della critica all’esistente, un movimento assimilabile più a quello di Grillo, al netto dei contenuti più marcatamente liberisti che non sono certamente condivisi dai 5 Stelle.

Detto ciò, alla fine ho deciso di non votare Giannino; non certo per le sollecitazioni di Berlusconi a favore del voto utile e nemmeno a causa del piccolo ma spiacevolissimo scandalo che ha riguardato Oscar. Non ho votato Giannino per la volontà, da lui più volte espressa, di voler concludere una alleanza con Monti. Che poi questa ipotesi non si sia mai realizzata, a causa del totale disinteresse delbocconiano (che forse, chissà, era già bene a conoscenza delle magagne di Giannino), non significa nulla; la sola ipotesi che un movimento palesemente anti-tasse potesse cercare l’alleanza con il massacratore del ceto medio-basso, delle partite IVA e delle piccole imprese, è stato sufficiente a fargli perdere qualsiasi credibilità ai miei occhi. Il fatto che poi, Giannino, abbia esultato per aver fatto “vincere” il duo Bersani-Vendola la dice lunga sulla serietà (politica) di un personaggio probabilmente non molto diverso dai trasformisti di professione che affollano il nostro universo politico.

Per quanto poi attiene il discorso sulle sue reiterate bugie, le lauree mai prese, ilmaster americano, e financo la partecipazione allo Zecchino d’Oro o al concorso in magistratura (vinto, naturalmente), ce ne sarebbe in abbondanza per stroncare non solo una carriera politica ma anche una professionale. Non so francamente come Giannino possa “riciclarsi” anche soltanto come giornalista economico, dopo quello che è successo. Mi auguro abbia una rete di protezione sufficiente che gli consenta di fare il lavoro che sa fare meglio. Perché poi è questa la cosa incredibile: nessuno mette in discussione la sua competenza. Non c’era alcun bisogno di mentire, di millantare crediti: le bugie, non solo sul suo curriculum accademico, sono state così devastanti da minarne la credibilità facendo passare addirittura in secondo piano quella indubbia, oggettiva, competenza che lo caratterizza.

In fondo Giannino è rimasto vittima di due miti: quello piccolo-borghese della laurea a tutti i costi e l’altro, intramontabile, del valore legale del titolo di studio. Quest’ultimo, in particolare, si caratterizza per due implicazioni importanti, due facce della stessa medaglia: da un lato, affermando la necessità di abolire il valore legale del titolo di studio, si dice – giustamente – che conta più quello che sai fare, rispetto ai titoli ed ai pezzi di carta che hai accumulato negli anni. Dall’altro, però, si dice anche che conta dove hai studiato, che un bocconiano “vale” comunque più di un laureato in una università meridionale. E nella vicenda Giannino, il buon baffuto e barbuto giornalista, non ha dato priorità al primo aspetto bensì al secondo: immaginare di essere doppiamente laureato e di aver preso un ottimo master in una celebre università americana, per dare credibilità a ciò che diceva. Egli dunque non riteneva che bastasse saper fare, essere competenti, al di là del pezzo di carta, ma al contrario ha dimostrato di attribuire enorme importanza ad un titolo di studio, quasi fosse un titolo nobiliare, semplicemente per potersi permettere di aprire bocca ed essere legittimato a stare accanto ai già citati “professori”. Si tratta cioè, paradossalmente, proprio del trionfo del “pezzo di carta”, celebrato da uno che si autodefinisce liberale. Lo stesso club di “cervelloni” che prende il nome diFare per Fermare il Declino è un altro inno al valore della “carta”: basti ricordare le interviste nelle quali Giannino snocciolava i nomi dei “luminari” che avevano scelto di aderire al suo progetto.

Da tutta questa vicenda emerge, insomma, l’impressione che, alla prova dei fatti, lo stesso Giannino non credesse molto all’adagio liberale ed einaudiano per il quale la laurea non dà diritto a nulla ma all’altro aspetto della vicenda, quello più discriminante e presuntivo, per il quale se non sei laureato in una prestigiosa università parti già inevitabilmente bruciato, non avendo titoli per dire nulla. Non ha vinto quindi una accezione “americana” del principio della inutilità del valore legale del titolo di studio bensì quella che piace più ai tecnocrati di ogni risma, quella più borbonica e  piccolo-borghese allo stesso tempo, europea e se vogliamo, come proprio qui su The Front Page è stato scritto, sabaudo-torinese.

Da The Front Page, marzo 2013

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