Crosetto: «Massoni, fate coming out »

Guido Crosetto è un uomo molto impegnato. Una attività politica intensa e una figlia avuta da pochissimo, non gli permettono certo di annoiarsi. Quando proviamo a raggiungerlo telefonicamente è in riunione. Il suggerimento è di riprovare nel primo pomeriggio. Eseguiamo ma sembra una giornata no, tanto è vero che cominciamo a sospettare che l’intervista possa saltare. Verso le 16 arriva la chiamata giusta: «Tra quattro minuti si libera». Ringraziamo e finalmente possiamo iniziare con le domande. Ma c’è un altro inconveniente: è al cellulare, non sente bene, la voce va e viene. Allora passiamo alla linea fissa e ci affidiamo alla vecchia, cara, cornetta. Troviamo un Crosetto rilassato, come sempre disponibile, ma anche meticoloso nelle risposte, nonostante i gestacci della Meloni per farlo “stringere”. Con lui abbiamo parlato di un po’ cose: gli esordi in politica, il buon feeling con gli ambienti militari, le prospettive di Fratelli d’Italia, l’inquietante mannaia che prende il nome di Fiscal Compact e molto altro.

                            

Guido Crosetto, lei ha iniziato politicamente nella Democrazia Cristiana di fine anni 80: come si diventa, a 25 anni, consigliere economico del Presidente del Consiglio, in quel caso, Giovanni Goria?

Non ero consigliere economico ma semplicemente un ragazzo, un amico di Giovanni Goria. In realtà a Roma non mi trovavo molto bene e stavo più in Piemonte che nella Capitale. E poi i soldi erano quelli che erano. Goria è stato un buon Presidente del Consiglio e un ottimo politico, uno dei pochi che in quegli anni, grazie anche alle sue precedenti esperienze al Tesoro e al Bilancio, si preoccupava di spesa pubblica e conti. Per questo veniva un po’ preso in giro. Era piemontese come me e adesso è attiva una fondazione con il suo nome che si propone di perseguire meritevoli finalità nel campo dello studio, della ricerca, della formazione.

Com’è Berlusconi visto da vicino? Una sorta di satrapo orientale, come lo descrive la sinistra, o davvero nel Pdl convivono monarchia e anarchia come sostiene Brunetta?

Berlusconi ha sempre mantenuto un atteggiamento di tolleranza nei confronti di chi ha dissentito all’interno del Pdl; il mio caso lo dimostra. Le cose cambiano quando gli si contesta la guida del partito; lì si mostra molto deciso, come nella vicenda di Fini. Con l’ex presidente della Camera c’era in gioco la leadership e di conseguenza la tradizionale tolleranza di Berlusconi è venuta meno.

Alfano è avvisato. Lei crede davvero che Berlusconi sia un perseguitato?

Io credo che su Berlusconi ci sia stata una particolare “attenzione” da parte del potere giudiziario. Lo credo e ho avuto modo di discuterne ampiamente in privato. Mai con magistrati, però. Di certo il suo comportamento è stato più che ingenuo. Davvero incredibile quella chiamata in questura per Ruby. Pure il politico locale più sprovveduto avrebbe agito con maggiore prudenza.

In effetti poteva far chiamare Lavitola…

Non scherziamo.

Lei è stato sottosegretario alla Difesa. Ha mai registrato un surplus di insofferenza verso i politici?

Più che insofferenza parlerei di moderato scetticismo. Per me questo scetticismo è durato tre mesi. Si aspettavano il solito politico con l’auto blu, poco competente, poco interessato, spesso assente, e in breve tempo hanno avuto occasione di cambiare idea. Ancora oggi mi cercano, in occasione del compleanno o delle festività. Ho mantenuto ottimi contatti all’interno della Difesa e sono fiero di questo. Ma più di tutto, più dei rapporti con le “alte sfere” militari, mi ha gratificato la stima del mondo che, in silenzio e fuori dalle telecamere, opera giornalmente, sul campo, nella difesa del Paese anche al di là dei confini nazionali.

Il caso dei marò ha lasciato, però, grande frustrazione negli ambienti militari. Non crede che ci sia un rapporto tra la pervicacia mostrata dagli ultimi due governi nell’acquisto dei discussi caccia F-35 e la volontà di farsi perdonare la pessima gestione del caso Girone-Latorre?

No, questo lo escludo categoricamente. Non ci può essere alcun rapporto semplicemente perché il progetto dell’acquisto degli F-35 risale a venti anni fa, ai tempi del ministro della Difesa Andreatta. Sarebbe sbagliato attribuire la responsabilità dell’acquisto solo agli ultimi governi. Le dirò di più: nel corso degli anni siamo riusciti a rendere meno afflittive le condizioni di acquisto. Inizialmente, ai tempi appunto di Andreatta, noi avremmo dovuto acquistare gli F-35 così come uscivano dalle fabbriche americane, senza alcuna possibilità di seguire lo sviluppo del progetto. Attualmente, invece, l’Italia parteciperà alla costruzione del velivolo e avrà degli indiscutibili benefici sul piano occupazionale e della ricerca applicata. Questo significa che in Italia avremo, presso la base dell’Aeronautica Militare di Cameri, l’unica linea di assemblaggio finale, manutenzione e aggiornamento, al di fuori degli Stati Uniti. Noi politici, spesso, ci troviamo in difficoltà rispetto alla valutazione degli aspetti tecnici dato che solo un ingegnere aerospaziale può considerare correttamente certe caratteristiche di un velivolo. Io, per esempio, mi faccio aiutare da Giuseppe Cossiga, ingegnere aeronautico, che è con noi in Fratelli d’Italia.

Che giudizio dà del ministro degli Esteri Emma Bonino? Forse, da una radicale, ci si sarebbe aspettati una politica meno convenzionale…

Un giudizio molto semplice: senza infamia e senza lode.

Riconosce come adatta, per Fratelli d’Italia, la definizione «liberali in economia, conservatori sul piano etico»?

Non mi piace il termine conservatore. Ammiro la tradizione dei conservatori britannici, ma in Italia questo termine è improponibile. Quasi una parolaccia. Sotto questo aspetto sono d’accordo con Veltroni: in Italia c’è poco da conservare. Al di là di questa precisazione, il concetto è corretto. Vogliamo essere dei liberali sotto il profilo economico, dato che crediamo nel mercato, ma allo stesso tempo siamo scettici verso l’impronta che la sinistra vuole imprimere sul campo dei diritti civili.

Con Officina per l’Italia state dando un senso alla più volte auspicata riorganizzazione di tutte le forze di destra in un unico soggetto politico. Che caratteristiche dovrà avere questa “nuova” destra?

Anche qui attenzione alle parole. Più che di destra, dato che siamo in Italia, preferirei parlare di centro-destra. Officina per l’Italia vuole dare un contributo alla riorganizzazione generale del centro-destra italiano. Di certo non possiamo prescindere dalla rivalutazione del concetto di sovranità nazionale. Dobbiamo recuperare una prospettiva nazionale, chiarire il perché del nostro stare insieme, per poter contare di più in una dialettica con l’Europa che sarà decisiva per i prossimi anni, dato che la politica di sola austerità sta annichilendo le economie dei Paesi mediterranei, tra i quali soprattutto Italia e la Grecia. Non sono poi troppo d’accordo con chi ritiene che dobbiamo prendere esempio da quanto Marine Le Pen sta facendo in Francia. In genere non soffro di esterofilia.

Giorgio Stracquadanio, ex esponente “anti-tasse” del Pdl, mi ha raccontato che, nell’ottica del dissenso alla politica economica di Tremonti, cercò di costruire un gruppo di “thatcheriani del Pdl” ma lei, Crosetto, fece fallire l’iniziativa. Come sono andate davvero le cose?

Il tentativo di Stracquadanio c’è stato, ma io non ho aderito semplicemente perché mi sembrava una iniziativa velleitaria, poco strategica e poco pagante sotto il profilo elettorale. Alfano ha fatto pressione affinché io e Giorgio ci parlassimo. E in ogni caso rimango con lui in ottimi rapporti; ci siamo visti pure l’altro giorno.

Dove ha sbagliato, maggiormente, il centro-destra a guida berlusconiana? E’ stato peggio non aver saputo fare la rivoluzione liberale o non aver pensato ad affermare una vera cultura (politica) alternativa a quella da sempre egemonica della sinistra?

Berlusconi ha sbagliato nel non fare le riforme. In poche parole quella che lei chiama “rivoluzione liberale”. Berlusconi, come politico, ha vanificato una immensa occasione di cambiamento perché vantava non solo un grande consenso elettorale ma anche una straordinaria indipendenza politica che gli derivava dal fatto di essere l’uomo più ricco d’Italia.

Lei come ha votato quando è arrivato in Parlamento il Fiscal Compact? Molti suoi colleghi, intervistati in proposito, davano l’impressione di non sapere neppure di cosa si parlasse. Uno spettacolo imbarazzante.

Io ho votato contro, e lo dico con un certo orgoglio. Può cercare i video della mia dichiarazione di voto su You Tube. Molti miei colleghi non sapevano cosa fosse il Fiscal Compact, né prima né dopo il voto.

Come farà l’Italia a ridurre di 40 miliardi annui il debito pubblico se già ora si sono avute enormi difficoltà nel fare qualche taglio per abolire l’Imu e scongiurare l’aumento dell’Iva?

Ritengo semplicemente che quei tagli non potranno essere fatti. Nessuno ce la farà. Il Fiscal Compact è una follia che si sarebbe potuta applicare solo in una condizione economica meno compromessa di quella nella quale ci troviamo. Nella situazione attuale non vedo come si possa applicarlo, se non a scapito, ancora una volta, di una economia già quasi al collasso.

Nello statuto di Fratelli d’Italia c’è scritto che i condannati in primo grado non possono essere candidati nelle vostre liste. Non crede che, in tal modo, in un Paese in cui i processi durano anni, si dia alla magistratura il potere di “fare” le liste?

Sì, credo che questo pericolo ci sia. Ne abbiamo discusso in maniera molto appassionata al momento di scrivere lo statuto, ma abbiamo deciso di sacrificare qualcosa, a livello di principi, a quella che è una condizione di fatto, di devastante illegalità. Ritenevamo di dover dare un segno, anche contro le nostre convinzioni di garantisti, un contributo per rendere un po’ più credibile la politica.

Che significa questa liason tra Tosi e Giorgia Meloni? Non ritiene che un partito chiamato “Fratelli d’Italia” dovrebbe evitare qualsiasi tipo di compromesso con chi non ha proprio a cuore l’unità nazionale?

Prima di tutto non ritengo Tosi un secessionista ma un leghista “anomalo”. Basta vedere come si è comportato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e anche le sue dichiarazioni in proposito. In secondo luogo, la dialettica tra Tosi e Meloni deve essere vista più in un’ottica generazionale. Si tratta di due personalità che possono andare d’accordo anche perché funzionali a un processo di rinnovamento del centro-destra.

Perché destra e sinistra sono sparite dal Parlamento?

Perché zeppe di politici che hanno fatto più i propri interessi che quelli dell’elettorato. Parliamo, cioè, di politici che cercavano la legittimazione di ambienti che poco avevano a che fare con l’elettorato di appartenenza. Come Letta, che è più interessato ad accreditarsi in Europa che a fare il presidente del Consiglio in Italia.

Ultime domande. E’ vero che lei si rifiuta di andare in Calabria perché non sa con chi potrebbe trovarsi a parlare o mangiare?

No. Semplicemente ho evitato di partecipare a un paio di convegni, perché mi è stato “suggerito” di non andare. Il suggerimento è arrivato da amici che lavorano all’interno della Difesa e delle Forze dell’Ordine.

O forse il “suggerimento” è arrivato dai Servizi?

No, i Servizi non c’entrano nulla.

Ha qualche problema personale con Gad Lerner? Nel suo blog, tempo fa, le dava del maramaldo. Insomma, non manifestava particolare simpatia nei suoi confronti.

Me ne farò una ragione. Quell’aggettivo si riferiva ad alcune mie valutazioni sul caso Minetti; si tratta di cose ormai vecchie. Non posso dire di essere un grande ammiratore di Gad Lerner, non gli riconosco una grande onestà intellettuale.

Secondo lei sarebbe auspicabile che agli uomini politici venisse richiesto di dichiarare una eventuale appartenenza alla massoneria? Quanto conta la massoneria in Italia e nel mondo politico?

Quanto conti la massoneria in Italia non glielo so dire. So di certo che nel mondo politico conta fino a un certo punto, forse qualcosa di più a livello locale, semplicemente perché la politica, negli ultimi vent’anni, ha perso importanza, soprattutto nel confronto col mondo della finanza e della grande economia. Di fronte a certi processi macroeconomici e a carattere soprannazionale la politica conta sempre meno. In politica mi hanno spesso detto che «Tizio, Caio, Sempronio sono massoni», ma non ho mai notato alcun particolare rapporto di causalità tra il far parte della massoneria e votare in un certo modo in Parlamento. Di certo io sarei favorevole a che i politici venissero indotti a dichiarare la loro eventuale adesione a una loggia massonica. Perché no? Non ci vedo nulla di male. L’attenzione dovrebbe, in ogni caso, essere rivolta a comitati di gestione politico-finanziaria molto più influenti come Bildelberg e Trilateral.

Da The Front Page, novembre 2013

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