Terrorismo. I nostri e i loro: contatti in corso

l43-facebook-141204115313_mediumAlcuni autorevoli commentatori hanno intravisto, all’indomani della tragedia di Charlie Hebdo, possibili analogie tra gli anni di piombo e il terrorismo di marca islamica, ovvero tra le bande armate che hanno insanguinato l’Italia (così come Francia e Germania) durante gli anni 70-80 e il fanatismo jihadista che periodicamente dà manifestazione di sé in attacchi dinamitardi o veri e propri assalti sul territorio europeo.

I punti di contatto tra i due fenomeni (l’uno lontano nel tempo ma sempre temuto perché capace di episodiche sanguinose recrudescenze, l’altro percepito più “prossimo” a causa della stessa forza degli eventi) possono essere rinvenuti nel finanziamento, o fiancheggiamento, fornito da strutture operanti in altri Paesi. Non è vero che il terrorismo degli anni 70-80 sia stato privo di contatti internazionali così come non lo è quello di marca islamica del XXI secolo. Se prima il sostegno era di tipo politico-ideologico oggi è di tipo politico-religioso (e finanziario): ma la religione, piegata da interessi politici e visioni “strategiche”, per esempio sul destino dell’Europa, può ben prendere il posto dell’ideologia. Un “appoggio” che viene posto in essere da “pezzi”, assai qualificati, di servizi di sicurezza di un certo numero di Paesi: sfruttare le “avanguardie” armate operanti in varie parti del mondo, Europa compresa, non è un fine comune soltanto a strutture cosiddette “deviate”.

L’obiettivo del terrorismo islamico è notoriamente rivoluzionario, come era quello delle fazioni armate del (passato) terrorismo interno. Non è un caso che teorici del variegato mondo anarco-insurrezionalista abbiamo individuato una possibile saldatura e convergenza tra elementi islamici (non necessariamente “islamisti”) presenti sul nostro territorio e avanguardie rivoluzionarie di sinistra. Un terreno, quindi, sul quale operare efficacemente, a seguito del venir meno del contesto sociale tipico degli anni 70 (vera ragione della sconfitta del terrorismo interno, ancor prima della repressione di carattere militare e giudiziario).

Una linea di tendenza che sembra porsi in continuità con le teorizzazioni di uno degli ultimi leader del periodo “storico” brigatista, quel Giovanni Senzani, criminologo, che immaginava la sostituzione del tradizionale operaismo – fino ad allora caratterizzante le Br “milanesi e nordiste” – con un proletariato urbano ai limiti della legalità, in odore di criminalità (organizzata): insomma, un continuare la lotta al di là della ristrutturazione capitalista che aveva cambiato il volto delle fabbriche creando le premesse della futura globalizzazione.

Il timore è che la riorganizzazione di gruppi armati capaci di pescare nel mondo anarco-insurrezionalista, possa avvalersi anche di una dialettica con elementi islamici non ancora saldamente inquadrati in un contesto jihadista operante in Italia. Chi opera già la Jihad, o aderisce a qualcuno dei gruppi dell’integralismo islamico, non ha interesse a fiancheggiare, se non forse a livello “tattico”, formazioni che possano avere a che fare con l’ideologia marxista-leninista, ma tutti questi fattori, o elementi di contestazione presenti nella società, possono certamente agire, magari disordinatamente, verso un obiettivo comune di “attacco allo Stato”; una situazione questa sì, simile a quella degli ultimi anni 70, con centinaia di bande armate, magari formate da tre o quattro persone, capaci di portare a termine una singola azione per poi sparire. Una frammentazione del terrorismo, una contrapposizione tra ambienti fortemente proletarizzati, di italiani e non, per forza di cose marginalizzati, e apparati dello Stato.

Notizie non rassicuranti provengono dall’ambiente carcerario, dove le strutture penitenziarie osservano una sempre maggiore radicalizzazione di una parte dei detenuti di fede musulmana, detenuti per reati “comuni”, di norma non legati a organizzazioni jihadiste. Una fenomeno che se da un lato pone seri problemi di gestione per gli apparati penitenziari, dall’altro crea seri interrogativi circa il possibile reinserimento sociale di questi soggetti. Sono anche segnalati episodi di “indottrinamento” al contrario: non sono cioè più i cosiddetti “politici” a indottrinare i “comuni”, come avveniva in passato, ma i “comuni” fortemente caratterizzati sotto il profilo religioso ad avere un ruolo di sempre maggiore prestigio nella dialettica con i “politici”.

Nelle teorizzazioni delle “ultime” Brigate rosse, le masse immigrate presenti sul territorio italiano avrebbero presto dovuto “sostituire” la scomparsa classe operaia. Ma il rischio è che con la crisi economica si vada addirittura oltre una simile previsione di tipo “etnico”, con un coinvolgimento di soggetti che fino a poco tempo fa non erano stati sfiorati dalla crisi. Una miscela esplosiva, come si può bene immaginare, se si aggiunge la pressione esercitabile, soprattutto in futuro, dal terrorismo internazionale.

Il problema non è tanto quello di fare impropri confronti tra gli anni di piombo e il terrorismo islamico, quanto vedere, intuire, prevenire, future pericolose convergenze (anche di carattere logistico-militare), secondo precedenti storici che sotto questo profilo non lasciano ben sperare (si pensi ai cordiali rapporti tra fazioni dell’Olp e Brigate rosse).

Pubblicato su Lettera43.it, febbraio 2015

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