Caro Beppe, non ne vale più la pena

imagesNon vi è alcun dubbio che la vittoria di Renzi fosse probabile, al di là delle bellicose dichiarazioni dei grillini comuni a chiunque abbia ambizioni elettorali. Rientrava nel novero delle possibilità anche un “sorpasso” del M5s sul Pd, ipotesi paventata con paura dai vertici del Nazareno. Che invece Renzi potesse doppiare Grillo non era davvero preventivato, nemmeno tra i più fervidi sostenitori del premier che, c’è da scommetterci, a partire da ieri, saranno ancora più numerosi. Nessuno, cioè, poteva razionalmente prevedere che il Pd a guida Renzi avrebbe preso il doppio dei voti dei Cinque stelle. Nessuno, appunto, perché questo voto non ha nulla di razionale. Si poteva cioè immaginare, anche grazie ai famosi 80 euro, una differenza tra i due maggiori competitor di quattro, cinque, sei punti percentuali. Non di più. Questo la dice lunga sia sulla nostra percezione della realtà (evidentemente falsata da convinzioni personali, ideologiche e da informazioni sbagliate o incomplete) sia sulle rilevazioni demoscopiche: non soltanto quelle circolanti, in maniera più o meno clandestina, in questi giorni ma soprattutto quelle esibite con pretese di attendibilità nelle varie trasmissioni televisive della nottata elettorale. Di fatto, i sondaggi, hanno indovinato solo una cosa: la vittoria di Renzi, non certo il quantum di questa clamorosa affermazione.
Con i risultati elettorali è naturalmente arrivato anche il momento di una riflessione da parte di Grillo, Casaleggio e tutti quelli che hanno una posizione di responsabilità all’interno del M5s. Non si può onestamente negare che l’ex comico abbia dato il sangue durante la campagna elettorale così come non si può negare a Grillo il fatto di averci creduto e di aver portato a termine un compito dispendiosissimo sotto il profilo fisico ed emotivo. Non si può insomma dire che non ce l’abbia messa tutta. E proprio per questo potrebbe essere giunto il momento di dar seguito a dichiarazioni espresse in tempi non sospetti. Si tratta cioè di rilanciare o abbandonare un progetto come quello del Movimento 5 Stelle. La terribile sconfitta di ieri non è solo nei crudi e determinanti numeri, non è soltanto politica (di politico c’è ben poco in tutta questa vicenda), ma è soprattutto culturale o addirittura antropologica: gli italiani, o meglio la maggioranza degli italiani, non vogliono rivoluzioni. Chiunque abbia avuto velleità in tal senso ha dovuto fare i conti con questo inoppugnabile dato storico. In Italia le rivoluzioni (tutte tentate da piccole minoranze) sono miseramente fallite o sono state al massimo “tollerate”, con sempre un occhio ai vantaggi personali o di “clan” derivanti dai nuovi assetti. Il ‘popolo’ è per natura scettico, disposto ad aderire a una tesi, a una idea, a un leader, più per moda, interesse, necessità, che per convinzione. Non è un Paese per rivoluzionari, Beppe, qui non siamo in Francia. E nemmeno in Inghilterra, dove le rivoluzioni si fanno raramente e spesso senza far scorrere troppo sangue. Meno che mai siamo tedeschi o addirittura giapponesi (forse per fortuna), capaci di portare a termine il compito prefissato fino alle estreme conseguenze. Non crediamo che al nostro tornaconto personale, i princìpi e le grandi idealità ci appassionano poco. Il tuo avversario, essendo ben conscio di questo, ha toccato altri tasti e ti ha asfaltato. Forse hai ragione: è giovane solo anagraficamente. Ma probabilmente durerà a lungo e non farà la fine di Letta e Monti, come tu hai detto in campagna elettorale.
Molla tutto e vai in pensione, Beppe. Goditi il mare e i soldi che ti sei meritatamente guadagnato. Non c’è null’altro da fare.

Pubblicato su Lettera43.it, maggio 2014

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